Dante Maffia
Giorgio Ortona e la sua Roma
Roma, Nello studio, 2015
E’ da un po’ di tempo che vado pensando di pubblicare i tanti elzeviri scritti su Roma, prendendo spunto da una poesia, da un quadro, da un romanzo, da un aneddoto. Corrado Alvaro diceva e ripeteva convinto che Roma è un indovinello sia per chi vi trascorre una sola giornata, per chi vi abita un mese o un anno o la vita intera. Un indovinello che si traveste a seconda delle stagioni, a seconda degli umori e delle percezioni di chi la guarda e, caso più unico che raro, Roma cambia colore continuamente nell’arco della giornata, tanto è vero che le sue albe hanno una luce devastante, i suoi tramonti un rosso da ubriacare, i suoi mezzogiorni un azzurro marino. Lo testimoniano i tanti pittori e i tanti poeti che di Roma hanno fatto la Musa prediletta, il luogo privilegiato dell’arte. Una Roma Rosa però sembrava impensabile fino a che Giorgio Ortona non ce l’ha fatta visitare con immagini all’impatto incredibili ma che subito si sono stagliate come una sintesi di pittura neo figurativa che compone e scompone, contemporaneamente, certe inquadrature alle quali avevano tentato di abituarci Burri, Pitocco e Vespignani. Giorgio però va oltre gli intenti di questi tre grandi artisti sia per quanto riguarda il colore e sia per quanto riguarda le immagini. E’ come se dall’alto egli cogliesse a volo momenti urbanistici dei quartieri romani Ardeatino, Centocelle, Boccea, Appio, Tiburtino con sfasature che danno ritmo e movimento alle opere fino a renderle belle, un bello, direbbe Umberto Eco, che viene dall’armonia saputa organizzare mettendo in contrasto elementi pittorici tra loro improbabili da cui deve scaturire un corto circuito che sommuove l’icasticità del risaputo e crea una nuova sintesi visiva. Che ci fanno Vito, Antonio e altri nei cantieri? Sono in primo piano e dominano come a voler fermare lo sguardo e non farlo andare oltre se stessi. Invece stagliano con maggiore lucidità e maggiore poesia le periferie, con quel rosa che sembra spruzzato da una mano di adolescente che comincia a imbellettarsi. L’operazione di Giorgio Ortona è delicata, poteva dare adito a interpretazioni azzardate che spesso i critici fanno lasciandosi influenzare e leggendo come “trovata” l’esigenza dell’artista a scardinare le coordinate e ridare loro un assetto inedito. Una delicatezza che però non diventa belletto, ma visione interiore di una città sognata, di un bisogno di rimuovere il superfluo e tentare l’avvento della conclusione. Troppe volte gli squarci, come altrimenti chiamarli?, dei palazzoni di periferia non finiti ci hanno messo angoscia, ci hanno spinto a gridare allo scandalo e ci hanno dato il senso di quella incompiutezza che si trascina per anni e ci pone scomodi. Un’offesa all’estetica. Ebbene, Giorgio Ortona da questa “offesa” trae ispirazione e ne ricava opere che danno il piacere della pittura. Non sembri un fatto scontato quello di riuscire a rappresentare obbrobri e farne segni indelebili di straordinaria magnificenza pittorica. Bisogna però salire in alto, suimterrazzi, sugli abbaini e guardare col cuore sgombro, senza pregiudizi né estetici né politici. Se lo si fa col cuore aperto alle suggestioni, allora si potrà comprendere il senso e la ragione di una pittura che non ha voluto inneggiare alla Roma consacrata, ma da consacrare, perché l’architettura cambia di decennio in decennio e bisogna coglierne le valenze certamente urbanistiche, ma anche quelle del sogno che sempre aleggia oltre la pietra, oltre i piani, oltre le barriere di cemento. Un canto alla periferia però fatto senza grida e senza contrapposizioni, mettendosi nelle vesti di chi accetta la novità e vi si consegna, non ciecamente, ma portandovi le sue campiture di verde, i suoi rosa che paiono realizzati da angeli umanissimi. Tantissimi anni fa, esattamente nel 1967, quando dalla Calabria approdai a Roma fui costretto, per ragioni economiche, ad abitare nei tuguri di alcune periferie. Non tutto era fradicio e appiccicaticcio, c’erano i davanzali che si proiettavano verso spazi anonimi che alcuni di noi studenti sognavamo di riempire di colori, quelli della nostra anima, per non perire nel grigiore quotidiano. Ne venne fuori un libro, Passeggiate Romane, che soltanto nel titolo ricalcava Stendhal e Gregorovius, e che fece dire a Dario Bellezza, che Roma la viveva intensamente anche nei risvolti pasoliniani, che io sono “uno dei più felici poeti dell’Italia moderna”. Mi auguro che l’affermazione sia venuta dal come scrivo, ma anche dalla scelta da me fatta in direzione del marginale, del mio sguardo posato sulle periferie e non in maniera sociologica. Giorgio Ortona finalmente al grigiore ha dato voce e anima, ha dato il rosa che sa cantare con voce dolce la crescita e l’accettazione del brutto se lo si sa trasformare in verità del cuore, senza vezzi picassiani che facciano pensare al suo periodo rosa, senza tracce del progetto di Remo Brindisi che negli anni settanta, se non ricordo male, vedeva tutto in rosa. Nelle opere di Giorgio c’è un grido silenzioso, una invocazione, perfino una piccola dose di esaltazione, quella scelta maniacale che solo i grandi pittori sanno imporre e dipanare in immagini dense di umori, uniche e decisamente poetiche.